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Officine Meccaniche Italiane - Reggiane

Le “Officine Meccaniche Italiane – Reggiane” rappresentano un luogo fondamentale per Reggio Emilia e la sua storia. Dopo la chiusura dello stabilimento nel 1998, quest’enorme area, che lungo il Novecento arrivò ad occupare 600.000 mq, con decine di capannoni, venne abbandonata. Da diversi anni le “Reggiane” sono oggetto di un importante e graduale lavoro di riqualificazione, che ha portato alla ristrutturazione di una piccola parte della struttura: il “Tecnopolo” e il “Capannone 18”, che ospitano uffici e laboratori. Gran parte dell’area purtroppo è ancora oggi in uno stato di forte degrado.

La storia della fabbrica è parte determinante della prima industrializzazione di Reggio Emilia, tra i capitoli fondamentali delle vicende della città nel Novecento. Fondate nel 1901 e ubicate strategicamente a fianco della stazione ferroviaria, le “Reggiane” si specializzarono proprio nella produzione di materiale ferroviario. La fabbrica si sviluppò velocemente, e con essa la zona nord-ovest della città, favorendo l'arrivo di manodopera. In meno di dieci anni le “Officine” superarono il migliaio di dipendenti. Complice la Prima guerra mondiale e le commesse di guerra, le “Reggiane” crebbero ulteriormente. Si formò una combattiva comunità operaia che, dal 1919 al 1922, diede vita a scioperi e numerose agitazioni, facendo dello stabilimento il protagonista del Biennio Rosso reggiano. I dipendenti della fabbrica, organizzati in diverse sigle politiche e sindacali, furono una delle prime comunità in città a caratterizzarsi in senso antifascista: nacquero, ad esempio, piccole formazioni di “Guardie Rosse” e “Arditi del Popolo”.

Lungo il Ventennio le “Officine” furono sotto il rigido controllo del regime che voleva farne la propria fabbrica modello. Tra gli operai resistevano piccoli e isolati nuclei clandestini, del PCI e della CGIL, che tentavano di mantenere viva una opposizione antifascista. Dal 1935 la fabbrica si concentrò sull’aviazione bellica, con la costruzione degli aerei della serie RE2000, arrivando a occupare più di diecimila maestranze. All’interno delle “Officine”, sul finire degli anni Trenta, fu attivo il “Soccorso Rosso”, organizzazione solidale comunista, e una “Commissione per il sabotaggio”, incaricata di danneggiare il materiale bellico prodotto.

La Seconda guerra mondiale intensificò lo scontro tra gli operai dello stabilimento e il fascismo, con diversi tipi di proteste, contro il regime e per la pace (tra cui lo “sciopero degli apprendisti” del 1-2 aprile 1943). Tre giorni dopo la caduta del fascismo, il 28 luglio 1943, migliaia di operai si riversarono nei viali della fabbrica decisi a scioperare per la pace. Il corteo, dirigendosi verso l'uscita dello stabilimento, incontrò i bersaglieri che spararono sulla folla uccidendo nove persone. Le “Reggiane” furono un vero e proprio laboratorio di antifascismo, che portò centinaia di operai a dare un grande contributo alla Resistenza.

Il Secondo dopoguerra vide la pagina più famosa della storia delle “Reggiane” con la lunga vertenza per la sua salvezza. In quell’occasione cinquemila operai occuparono la fabbrica per un anno intero (dall’ottobre 1950 all’ottobre 1951), ricevendo solidarietà da gran parte della città, dimostrando che era possibile salvare lo stabilimento attraverso una produzione di pace: il trattore R60. Quest’ultimo, prodotto già durante l’occupazione, elevato a simbolo di pace, modernità, sviluppo e ricchezza, uscì dai cancelli della fabbrica e sfilò, per le vie di Reggio Emilia, l’8 ottobre 1951. Pochi mesi prima l’azienda era stata dichiarata in liquidazione coatta per poi rinascere nella società “Nuove Reggiane.” La fabbrica così tornò a nuova vita, anche se con poche centinaia di dipendenti, costruendo treni, attrezzature portuali e impianti industriali in Italia e nel mondo. Le “Reggiane” vennero acquisite dal gruppo “Fantuzzi” nel 1994, che in seguito abbandonò definitivamente lo storico stabilimento di Via Vasco Agosti.